IL MESSAGGERO                                                                           25-1-2008

 

 

LA PRESSIONE PER GLI ESAMI NUOCE AL PIACERE DI IMPARARE

 

 

Uno studio comparso sul British Journal of Educational Psychology spiega come la pressione degli esami riduca il piacere di apprendere. Più gli studenti progrediscono negli studi, meno si interessano ai contenuti e più si preoccupano dei voti! Un risultato contro-intuitivo e sorprendente. Altre ricerche, infatti, avevano dimostrato che più aumentano le conoscenze su un soggetto (o materia di studio), più l’interesse e la voglia di approfondimento tende ad aumentare. Una condizione psicologica che trova traduzione nel famosissimo motto popolare “l’appetito vien mangiando”.

 

Come mai, allora, gli studenti universitari inglesi intervistati in questa ricerca evolvono in senso inverso, indipendentemente dal fatto che siano iscritti a facoltà letterarie, scientifiche o artistiche? Gli autori dello studio spiegano che se si supera una certa soglia, la pressione degli esami finisce per ridurre la curiosità intellettuale dello studente e il piacere di apprendere diminuisce. Ciò che si verifica è uno spostamento dell’interesse dal contenuto alla prova d’esame.

 

Questo fenomeno non riguarda soltanto gli studenti inglesi, ma è evidente anche da noi in quelle facoltà in cui la riforma del cosiddetto tre+due (laurea breve+specialistica) ha portato a un proliferare di corsi brevi e ad un moltiplicarsi degli esami. Le lezioni, dimezzate come numero anche quando si tratta di materie fondamentali, non sono più distribuite come un tempo nel corso dell’anno, da ottobre a maggio, e arricchite da seminari di approfondimento, discussioni e tesine; sono bensì compattate in tempi estremamente ridotti e ad ogni corso segue poi un esame, che nella maggior parte dei casi è scritto.

 

Impediti dalla brevità dei corsi e incalzati dagli esami, agli studenti non viene dato il tempo sufficiente per “entrare” nella materia e sviluppare quell’interesse che porta all’approfondimento, a collegare ciò che si studia con altri aspetti del sapere, a sviluppare una sana e irrinunciabile curiosità intellettuale. In questo contesto viene a soffrirne anche la relazione docente-studente. Non c’è tempo per conoscersi, per stabilire un dialogo: quando si incomincia a familiarizzare il corso finisce e lo studente passa ad altro docente. Questo è un altro limite perché la motivazione allo studio e all’approfondimento dipende da un concorso di fattori tra cui la relazione che si stabilisce tra docente e discente; in particolare sono molto utili quelle discussioni che nascono in aula quando tra una lezione e l’altra c’è tempo per assorbire le nozioni, riflettere e apprendere quindi in modo critico.

 

Dobbiamo pensare anche noi, come si domandano preoccupati i ricercatori inglesi, che sia finito il tempo in cui l’università si dava come obiettivo quello di sviluppare le curiosità intellettuali dei giovani?      

                                                  

                                                                 Anna Oliverio Ferraris